Luoghi comuni, in tutti i sensi

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L’immigrazione, la sporcizia, l’italiano sciatto e pigro, napoletano, ah sì, siamo tutti un po’ napoletani e stranieri, irrispettosi e con la bocca piena di luoghi comuni. I giovani maleducati non come quando invece c’era Lui. Gli stereotipi che si ramificano nelle fondamenta divenendo secolari, un frutto culturale ereditario, un’ideologia senza partito che si attacca addosso: nel parlare delle piazze e delle fermate dell’autobus, le chiacchiere da bar, cose che si dicono e si negano davanti a un caffé, su una panchina nei giardini comunali, schizzi di fontane e cani che portano a spasso i loro padroni. Mi interrogo, con i miei venti anni in tasca, mentre passeggio nei dintorni di casa mia e noto che parlare su una panchina è, a sua volta, un luogo comune. Un’utopia. I Giardini di Val Padana sono un quadro decadente e vagamente inquietante. Sarà forse quel muretto ondulato che si estende in un azzurro torbido, architettato per simulare il fiume Po, o il dilagante stato d’inerzia e abbandono ove la natura prova a inglobare e a divorare il cemento, riprendendosi i suoi legittimi spazi.

7 Non so. Forse anche quella targa, lasciata lì, in un arrugginirsi sconclusionato e feroce, senza poter adempiere alle sue funzioni di Cicerone, sta ad indicare i buoni propositi sfioriti. E non solo quelli. Perché un giardino, si sa, senza fiori non può avere la presunzione di chiamarsi tale. E anche in un Eden abbandonato, c’è qualche sparuto di rosso e di profumo per rallegrare le giornate primaverili. O affossarle in un disagio diffuso: più che un’aiuola sembra un piccolo cimitero dove depositare le nostre lamentele e dare l’estremo saluto all’ideale di “luogo comune”. Curioso, come una locuzione assuma diversi significati. Perché potrebbe voler dire anche spazio, condivisione. Chissà. Quello che ho capito, schivando buste variopinte, specie variegate di cartacce nonché una vasta gamma di birre a buon mercato è che i cittadini romani condividono un sentimento di decadimento, di “so, ma tanto”, “così è”. E anche che si bevono troppe Peroni.

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Ma non ci sono solo rassegnati o sbuffanti: qualcuno si preoccupa e sa come fare. Forse si arriva a un lieto fine: il 6 maggio 2014 i Giardini Val Padana sono stati ripuliti e gli aderenti FdI-AN commentano: “Con nostre azioni abbiamo svegliato dal letargo la Giunta Marchionne”.

A seguito delle numerose segnalazioni ricevute durante i loro banchetti e volantinaggi, i giovani militanti hanno deciso di non rimanere più ad aspettare chi dovrebbe occuparsi della pulizia di quel parchetto e di armarsi di guanti per riportare il decoro in quell’area di Roma dimenticata da troppo tempo.”   (da: http://montesacronews.wordpress.com)

Cittadini volenterosi, con le divise di Fratelli d’Italia (qualcuno si dovrà pur prendere il merito dell’impresa) , pazientemente hanno tolto tutte le birre e le buste e gli aghi di pino, pensate. L’eroismo ha trionfato e ora si respira un’aria diversa…

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Peccato che, la mia passeggiata risalga al 30 maggio. Nuovi giornali hanno avuto tutto il tempo di accartocciarsi e mettersi lì, le birre vuote di posizionarsi e le buste pure sapevano benissimo quale fosse il loro posto. E’ come uno spettacolo di molte repliche: gli attori si muovono con automatismi, tutti conoscono a memoria il loro ruolo e sanno, disinibiti, giostrarsi sul palco. Gli aghi di pino sono venuti giù, anche il vento ha rispettato i patti. Cosa rimane della giornata del 6 maggio? Basta qualche colpo di scopa per riparare le mattonelle mancanti, le panchine dilaniate?Davvero si può considerare un’azione civile togliere gli aghi di pino? Meglio di niente. Sì. Meglio la parvenza di una soluzione, di un intervento, per non essere tacciati di immobilismo. La paralisi mentale, esistenziale, fisica, materiale. Inutile prendersi in giro: I Giardini di Val Padana necessitano di un intervento strutturale. Vanno ridipinti, sistemati, le panchine devono essere sostituite. Occorre una pulizia settimanale o perlomeno mensile, non annuale. L’azione dei privati, dei volontari, dei paladini della giustizia è necessariamente riduttiva ed irrisoria: mi sa che, la Giunta Marchionne, dopo un lungo sbadiglio, è tornata a dormire.

                                   Insomma, il tono utilizzato finora è molto gattopardesco:                                                                                     ” Tutto cambia, affinché nulla cambi                                                                                           Un principio estendibile, macroscopico, così italiano.                                       Così luogo comune.

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Thomas Wilmer Dewing e l’Impressionismo americano

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“Quando cerchiamo l’arte americana la troviamo principalmente a Parigi. Quando la troviamo al di fuori di Parigi, troviamo in essa una gran parte di Parigi”  (Henry James)

Sì all’impressionismo ma non nelle ninfee fluttuanti delle correnti di Giverny, non i covoni distesi sui prati estivi, non la facciata di una cattedrale che cambia luce e forse volto…Niente Monet. Niente Renoire, né Degas, Seurat, Manet. Allontaniamoci almeno per una volta dai vicoli parigini e scappiamo da Montmartre. Se noi possiamo farlo concettualmente, così non poteva essere per gli artisti del tempo. Parigi era un luogo imprescindibile: una tappa essenziale, un pellegrinaggio obbligatorio per chiunque volesse intraprendere un ragionamento artistico. Per distanziarsi da Parigi bisognava prima di tutto frequentare Parigi.  

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(Ten American Painters: Childe HassamJulian Alden WeirJohn Henry TwachtmanRobert Lewis ReidWillard Leroy MetcalfFrank Weston BensonEdmund Charles TarbellThomas Wilmer DewingJoseph DeCampEdward Emerson Simmons.)

Thomas Wilmer Dewing (1851-1938) ad esempio è stato un impressionista americano. Si recherà nella capitale francese per studiare all’Académie Julian per poi tornare in America e sviluppare nel 1885 un nuovo stile pittorico che definirà «decorations». Nel 1897 aderisce ai Ten American Painters, un gruppo di impressionisti americani. Impressionismo americano. Mai sentito, fino ad ora. Possiamo descriverlo immaginandolo come una commistione fra il tonalismo e il realismo. Tradotto in nomi e volti, rispettivamente: James McNeill Whistler (1834-1903) e i Barbisonniers, ossia gli esponenti della scuola di Barbizon, località francese vicina alla foresta di Fontainebleau. Scegliamo di perdere del tempo e seguire un itinerario costruito su associazioni di idee come piccole briciole d’arte da inseguire in un sentiero d’acquarelli, pitture ad olio e pastelli.

La scuola di Barbizon persegue un intento realista nella ricerca dell’espressione di una natura sincera, senza idealizzazioni, nobilitazioni e prodigi. La natura sono bei paesaggi che l’artista sceglie di ritrarre sul posto per poi terminare, in una fase successiva, l’opera nell’atelier. Non si tratta di una mera riproduzione asettica del reale: il romanticismo è stata una contaminazione violenta che continuava ad incidere in via residuale. Sarà sempre una visione realista ma soggettiva della realtà: l’io è una sostanza ineliminabile, l’interiorità diviene il substrato, un’entità necessaria. Tuttavia con questo non si vuole dimostrare nulla, è un’arte per l’arte, è un ubriacarsi di contingenza, di presente; le scene sono fine a se stesse. Si richiede allo spettatore di estasiarsi con la natura lasciando da parte riflessioni più profonde, non richieste, senza pretese o intenti, in una dimensione disadorna di passato e futuro. Mi fa sorridere pensare a questo gruppo di artisti che decisero di stabilirsi in un alberghetto di père Ganne per passare le giornate a scrutare campi, perdersi nella foresta, ad aspettare che la luce calasse o sorgesse.

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Piccola curiosità: “Nel 1848, il primo episodio di tutela pubblica della natura, ma con finalità unicamente estetiche, fu la creazione della “Riserva artistica della selva di Fontainebleau” voluta espressamente dai pittori Barbisonniers, onde preservarla da un incombente progetto di disboscamento. Proprio perché questa fu la prima Riserva (o “area protetta”) della storia, cento anni dopo (1948) Fontainebleau fu prescelta come luogo della fondazione dell’IUCN (Unione Internazionale per la Conservazione della Natura)” –

Ma torniamo sui nostri passi: lasciamo i paesaggi rurali e i contadini di Millet, esponente di tale scuola, per affrontare il tonalismo. In fondo è l’aspetto peculiare di  Thomas Wilmer Dewing, pur sempre il protagonista di questo articolo sebbene io stessa abbia una tendenza a sfuggire dalla sua stessa figura, per parlare d’altro, di altra arte, di altri artisti. Perché ecco di cosa mi rendo conto: l’artista non è più una figura isolata e solitaria ma attinge ad una nuova forma di empatia,comunicazione, si mette in discussione, ricerca in un altro artista un alleato, un confidente o a volte un antagonista, il suo contro: più di quanto sia avvenuto in passato. Semplicemente perché ora si estende il concetto di arte, dilaga e si condensa nella “corrispondenza fra le arti” di Baudelaire. Non si tratta più di sola musica, di sola poesia e di sola pittura. Le arti iniziano a scoprirsi in una armoniosa coalescenza e, per questo motivo, finiamo in una consueta riunione del martedì sera fra personaggi come il già citato James McNeill Whistler, ispiratore del tonalismo per Dewing, e il noto scrittore simbolista Mallarmé. James McNeill Whistler, di origini americane (fece un viaggio anche a Parigi, per poi passare la maggior parte della sua vita a Londra) è un artista che si diverte a giocare con il proprio spettatore, a sviarlo. Dipinge la “sinfonia in bianco n1” e la descrive in tali termini: “Il mio dipinto raffigura una ragazza vestita di bianco di fronte a una tenda bianca”. Fine. Basta così. Inutile forse, a questo punto, dire che il quadro suggerisca molteplici interpretazioni, stuzzichi la curiosità (che dire, ad esempio, dell’inquietante presenza della pelliccia d’animale ai piedi della ragazza?) dello spettatore; il quale ha sete sempre di altro e non è appagato dalla semplice rappresentazione del reale. Eppure la ragazza vestita di bianco è la rappresentazione di se stessa: non è un’allusione letteraria o storica, non è portatrice di ideali. Fra le mani ha solo un giglio bianco.

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Una pittura senza storia, un’esperienza estetica. E’ un ragionamento che conduce a smaterializzare il dipinto, i soggetti perdono consistenza: passano in secondo piano rispetto alle onde cromatiche, la sinfonia dei colori. I suoi dipinti, inoltre, hanno nomi musicali: arrangiamenti, notturni, armonie. Il quadro deve evocare emozioni nello spettatore attraverso la ricerca degli accostamenti cromatici e tonali. Da qui ricaviamo la definizione di tonalismo americano (differente da quello veneto cinquecentesco): “concezione del colore per la quale l’intera composizione è realizzata con un’unica tinta dominante e le sue sfumature “.

Ora risulterà facile comprendere i seguenti dipinti:

Nocturne: The Solent, 1866

Nocturne: The Solent, 1866

Armonia in blu e argento: Trouville, 1865

Armonia in blu e argento: Trouville, 1865

Siamo alla conclusione. Conosciamo la scuola di Barbizon e il tonalismo. Possiamo così immergerci nel mondo onirico e floreale di Thomas Wilmer Dewing :

The recitation-1891

The recitation, 1891

The lute, 1904

The lute, 1904

Thomas Wilmer Dewing - Tutt'Art@ (30)

The Days, 1886/1887

La prima ed immediata considerazione da fare è affermare il dominio e il protagonismo delle figure femminili. Esse rifluiscono in un verde totalizzante, la natura è immanente e conquista perfino il cielo. Tuttavia l’elemento naturalistico è come se fosse la sua forma mentis, una lente colorata che amalgama gli scenari fino ad essere una miscela uniforme: non riusciamo a distinguere alberi, piante, fiori. La tonalità del verde assorbe completamente il dipinto e solo le figure umane ne escono illese nel senso che comprendiamo che sono donne, esseri aggraziati ma che al contempo hanno volti sfumati; anche il loro vestiario sembra abbandonarsi al paesaggio circostante. Queste donne sono condannate ad un universo edulcorato, in tinte surreali che vengono stravolte negli elementi naturali: è il cielo a sovrastare lo spazio marino o il contrario?Non bisogna, probabilmente, interrogarsi su questo ma piuttosto l’autore ci spinge a lasciarci cullare dalla poesia decantata dai colori, dalle femminee creature intente a pescare nel verde, senza un senso profondo, respirando l’autarchia e il carpe diem oraziano. Esiste solamente un adesso e tanto vale viverlo nella leggerezza. Il problema è proprio il concetto di vita. Sono veramente donne, anzi, umane? Le figure sembra che nemmeno dialoghino fra di loro, ognuna mantiene la propria autonomia: suonano, osservano, in altri quadri danzano. Forse è per questo che suscitano un senso di sottile inquietudine?… Ossia nella mancanza di interazioni, anche quando la situazione sembra che debba richiederlo.

The gossip, 1907

The gossip, 1907

Con un titolo del genere ci si aspetta perlomeno un filo di ironia, invece ci ritroviamo di fronte un’atmosfera kafkiana, paradossale in cui le donne appaiono sconnesse fra loro anche materialmente: il tavolo con la dama e il pappagallo dista eccessivamente dalle altre due, perfino la sedia ai margini del dipinto sulla sinistra sembra che abbia pari dignità con le figure umane che ci sono senza esserci. Non rivelano la loro umanità e così le loro peculiarità femminili: specialmente la signora con il pappagallo (dovrebbe essere simbolo di superficialità?), ci risulta annoiata, stanca, nella totale indifferenza che contagia anche le altre partecipanti al “gossip”. La prospettiva del tavolo ci infastidisce come la collocazione degli stessi personaggi: la donna leggermente piegata in avanti sembra aggiunta in un secondo momento, come fosse frutto di un collage, e invece per quella sulla sinistra abbiamo l’impressione che sia stata spostata dal suo punto originario, subito accanto al tavolo. E’ l’atmosfera della sala d’attesa dove delle persone si trovano astrette in una specie di limbo, sono vincolate a stare lì con l’aspettativa di un evento futuro, a consumare e a perdere tempo, non sentendo il bisogno né la necessità di instaurare un dialogo con chi gli sta intorno. Qual è la considerazione finale?.. Mi verrebbe da dire: donne che non spettegolano animosamente non possono esistere perciò nel caso in cui si verificasse tale situazione si tratta allora di un parto onirico, quasi frutto di un incubo. E’ sempre presente il colore verde ma qui degenera in un giallognolo soffocante, stantio e non ha il vivace tenore delle distese erbose. Sono donne perché ne hanno la forma sebbene non il contenuto, permane solo l’esteriorità ma anch’essa tende a confondersi con gli oggetti, ad essere assorbita in una simbiosi con essi:

The spinet, 1902

Personalmente parlando: perché tutto questo?

Mi sono imbattuta in questo artista in modo assolutamente casuale. Mi aveva interessato sì, ma l’avrei sicuramente dimenticato come succede per tante cose che colpiscono la nostra attenzione in modo momentaneo e sfuggente. Ho deciso di aprire un blog per non perdere questo tipo di conoscenze o almeno quelle che reputo degne di sopravvivenza. Tutto questo vorrebbe essere una specie di raccolta di memorie di cose interessanti e destinate ad essere caduche senza una forma scritta. Il presupposto è molto semplice: conduco la mia analisi con gli strumenti che ho a disposizione e al livello tecnico sono ben pochi. Ma per quel che mi riguarda questo è sufficiente, coltivare un hobby, un interesse, una curiosità è un modo come un altro per tentare di restar vivi. Un blog perché è online e vorrei condividere le mie scoperte con chiunque si dimostri interessato. Probabilmente ben pochi ma… C’est la vie! Se qualcuno, miracolosamente, è arrivato a leggere fino a qui e magari vorrebbe anche commentare, criticare, è assolutamente libero di farlo!